Il Capriccio architettonico in Italia nel XVII e XVIII secolo

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Autore Giancarlo Sestieri
– Editore etgraphiae editoriale
– isbn 978-88-908684-6-7

 

Il “Capriccio architettonico” è un termine che compare già nella terminologia critica del Seicento, per indicare una o un insieme di “architetture”, siano essi templi, palazzi, chiese o edifici vari, prevalentemente ispirati, più o meno realisticamente all’antico, quasi sempre animati da figure e spesso in connubio con elementi naturali paesaggistici.  Una composizione in cui la realtà s’intreccia alla fantasia, al fine di generare una suggestione emotiva, oltre a una gratificazione per la ‘giustezza’ prospettica e tridimensionale della “inventiva” rappresentata, direttamente o parzialmente collegata a dati realistici. Infatti sin dalle sue prime esemplificazioni autonome, o almeno circoscritte o focalizzate sulle succitate tematiche, questo genere s’intrecciò con quello della “veduta”, mediante l’inserzione di un nucleo realistico principale in un contesto fantasioso, o all’opposto un’architettura fantasiosa in un’ambientazione realistica. Da cui un succedersi e un alternarsi di sollecitazioni in cui realismo e fantasia, ragione e sentimento, finalità decorative ed interpretative sono coinvolte all’unisono. Comunque nell’excursus che mi sono prefisso in questa pubblicazione, per seguire l’evoluzione in Italia di tale genere o filone durante il Sei e Settecento, si possono fissare due apici emblematici, oltre che qualitativi, all’inizio e alla fine di tale processo, in Viviano Codazzi e Gian Paolo Panini. Parallelamente Roma colle sue vestigia architettoniche ed anche scultoree ne costituisce naturalmente l’epicentro, concreto ed ideale allo stesso tempo, quale fonte delle sue più dirette stimolazioni. Tuttavia mi sono subito reso conto che non era possibile circoscrivere la mia trattazione alle specifiche realizzazioni attuatesi nell’Urbe, dato che molti furono i protagonisti che operarono al di fuori di tale sede, ad iniziare dallo stesso Codazzi, la cui attività documentata iniziò a Napoli dove lavorò per almeno due decenni, prima di continuare finire la sua carriera a Roma. Così pure Giovanni Ghisolfi che costituì un tramite essenziale tra i due succitati protagonisti, veniva da Milano dove agì di certo più assiduamente, pur avendo tratto da Roma, dove soggiornò due volte, la linfa vitale della sua ispirazione. Le antichità romane, esaltate ulteriormente dalla crescente passione archeologica europea, continuarono naturalmente nel Settecento ad essere il fulcro dei nuovi cultori, specializzati o solo indirettamente coinvolti con le tematiche, fulcro di questa trattazione. Basterà ricordare gli interessi, solo momentanei o parzialmente ad esso collegati ma estremamente significativi dei grandi maestri veneti, dal Canaletto, sicuramente attivo a Roma intorno al 1719 quale scenografi teatrale, rimasto affascinato dalle sue vestigia, così come lo erano stati precedentemente Luca Carlevarjis e Marco Ricci, anche se una loro presenza a Roma non è documentata. Da Venezia la mia ricerca  si è inesorabilmente allargata a Bologna e all’Emilia, coinvolgendo i miei interessi sull’ascendente esercitato dalla famiglia dei Bibiena, con le sue correlate esplicazioni anche sul terreno pittorico, con il Paltronieri, anch’egli inizialmente attratto dal fascino dell’Urbe, e il Bigari quali maggiori esponenti, contornati da un nutrito stuolo di pittori coniuganti la lezione dei Bibiena con il genere del ‘Capriccio”. Dall’Emilia e da una sicura prima educazione di timbro scenografico proveniva pure il piacentino Panini, col quale il filone delle architetture divenne specificatamente ‘romano’, assumendo però una dimensione europea, come attesta il suo seguito internazionale, particolarmente vivo in Francia, che ho seguito solo in alcuni pittori più significativi. Da Venezia venne infine a Roma, dove si plasmò ed operò, Gianbattista Piranesi, ultimo apporto più determinante al genere incentrato sulle antichità classiche in generale, e romane in particolare, delle quali egli si fece un strenuo paladino. Ma la sua opera fu esclusivamente incisoria, esulando quindi dal compito che mi ero prefisso.

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The term “Capriccio architettonico” is first used in the 17th century terminology to denote single or multiple “architetture”, such as temples, palaces, churches or buildings, mostly inspired to the classical genre, often featuring characters relating with elements of landscape.  Important gratification for the perspective tridimensional “rightness” of the invention represented, which may be directly or partially linked to factual data. As a matter of fact, since its first autonomous exemplifications, or at least since those focused mainly on the cited subjects, this genre intertwined with the “veduta” through the insertion of a realistic core in a fantasy context, or conversely of a fantasy architecture in a realistic environment. Hereby, different solicitations have followed and succeeded, in which realism and fantasy, rationality and feelings, decorative and interpretative purposes are involved together. However, in this publication I intended to follow this genre’s evolution in Italy throughout the 17th and 18th centuries, tracing an excursus which finds its lodestars, at the beginning and at the end of the process, in Viviano Codazzi and Gian Paolo Panini. At the same time Rome, with its ruins and remains of architectures and sculptures is of course the heart, the source both tangible and ideal of the most immediate stimulations. Nevertheless, I soon realized that it was not possible to confine my work to the specific instances that took place in Rome, since many protagonists of the trend operated away from the city, like Codazzi himself, whose activity started out in Naples, where he worked for at least two decades before going to Rome. The same applies to Giovanni Ghisolfi, who represented an essential vehicle between the two cited personalities; he was from Milan, where he certainly worked the most, though drawing vital inspiration from Rome, where he sojourned twice. Roman antiquities, further glorified by the growing fascination for archaeology were still in the 18th century the core for experts and connoisseurs of the themes of the present treatise. Suffice it to say that the great Venetian masters were extremely interested in those; Canaletto, operating in Rome in about 1719 as a scenographer, was fascinated by the ruins, as well as Luca Carlevarjis and Marco Ricci had been before him, although their presence in Rome is not attested. From Venice my research has inevitably extended to Bologna and Emilia, involving my interests in the influence of the Bibiena family, with corresponding examples – also painted ones –, with Paltronieri and Bigari as major exponents, surrounded by a large group of painters who combined the Bibiena’s lesson with the genre of Capriccio. Panini came from Emilia and from a training in scenography as well; with him, the architectures’ trend became specifically Roman and acquired an European dimension, as attested by his international success, especially in France, which I have traced only for some most meaningful artists. Finally, Gianbattista Piranesi also came to Rome from Venice; here he was trained and gave the ultimate determining contribution to the genre, centred on classical antiquities in general and Roman in particular, of which he was a fierce defender. His work was confined to engraving though; it lies outside the goal I had set for this treatise.

 

Il Capriccio architettonico – in Italia nel XVII e XVIII secolo

Autore: Giancarlo Sestieri
Editore: etgraphiae editoriale
3 volumi cartonati con cofanetto rigido – pp. 400 cd. – ill. a colori e bianco nero, cm 24,5×31

isbn 978-88-908684-6-7

Italiano / inglese

Prezzo E 560,00

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