…SE LUCIO FONTANA non avesse fatto buchi e tagli

ISBN: 978-88-99680-30-5
Autore: Francesco De Bartolomeis
– Editore: etgraphiae – Cartograf

Il mio interesse per Lucio Fontana

Claudio Strinati

L’indagine che Francesco De Bartolomeis compie su Lucio Fontana risente paradossalmente dell’amicizia, ma esattamente nella direzione giusta. L’amicizia, cioè, non ottunde la capacità e la volontà del capire sul serio ma al contrario chiarisce, meglio di ogni altro sentimento, i limiti e gli ambiti.

Che vuol dire, allora, comprendere il lavoro di Fontana? La domanda non è mal posta perché Fontana può ben essere preso a esempio di un’arte che si avverte grande ma, sia nell’approccio immediato sia nel profondo, non si capisce.

Certo la questione posta in tali termini non sembrerebbe avere gran senso, eppure proviamo a seguire per un momento questo gran paradosso inerente a Fontana che può portarci a notevoli conseguenze, se risolto da chi, come Francesco De Bartolomeis, di Fontana è stato amico vero e sincero e nel contempo ha maturato verso il lavoro di quel grande maestro un approccio critico che fa piazza pulita di ogni luogo comune, di ogni frase fatta, di ogni increscioso e inutile equivoco, per andare a cogliere il nucleo essenziale di verità che si cela dietro alle apparenze e non è così facilmente attingibile.

L’unica cosa che sembrerebbe di più immediata comprensione (qui si annida il luogo comune supremo e supremamente disturbante) è la tendenza sempre latente in Fontana verso una sorta di purezza, almeno presunta, confinante invece (in una grossolana e fin troppo facile lettura malevola) con la presa in giro del fruitore da parte di un artista che è riuscito a inventarsi un brand, usandolo per fini commerciali e frastornando la testa dei gonzi snob che ci cascano con tutte le scarpe.

La semplificazione del taglio può essere, così, spacciata per un eletto risultato di essenzialità. Cosmica intuizione di una spazialità dell’“oltre”, sublime dimensione metafisica.

È una stupidaggine, però, perché una tesi del genere non ha alcun riscontro nella concreta esperienza estetica, come De Bartolomeis spiega con cristallina, inequivocabile chiarezza.

Qualunque postulazione relativa alla presunta sublimità confinante pericolosamente con la più banale semplificazione è severamente criticata da De Bartolomeis ma non derisa con acrimonia, perché pur sempre rientrante in quell’orizzonte di attesa che il fruitore dell’opera d’arte figurativa non può non configurare a se stesso. Può, tuttavia, prendere un colossale abbaglio se non ha esaminato sul serio le opere d’arte restando alla superficie delle cose e questo con Fontana può accadere. È qui che si situa l’intervento, drasticamente motivato e pacatamente argomentato, di De Bartolomeis.

Lo studioso considera Fontana un vero, grande artista ma neanche per un attimo indulge nella funesta retorica di cui il maestro è stato poi aureolato in vita e oltre. De Bartolomeis si limita a una operazione semplice, necessaria, vitale per farci vedere le opere di Fontana seguendone gli sviluppi con precisa coscienza filologica e amorevole attenzione analitica. Supera, così, quella “contradizion che nol consente”, per rubare una sentenza magnifica all’Inferno di Dante, che da troppo tempo ha gravato sull’artista impedendo di vederlo nella sua cospicua realtà creativa.

I buchi, i tagli che sono considerati nella communis opinio, la quintessenza dell’arte di Fontana non significano in alcun modo, presi in sé, l’attingimento di una sorta di vetta estetica. De Bartolomeis chiarisce come, al contrario, siano più di altre opere esposti al banale rischio della semplificazione che con il sublime non ha proprio niente a che fare. Questo non vuol dire ridimensionare il senso estetico dei buchi e dei tagli.

Significa riservare a questo aspetto della produzione del grande maestro lo spazio che loro compete nell’ambito dell’argomento principe del suo fare che è l’ approccio alla materia.

I tagli e i buchi non vanno vagliati con criteri diversi da quelli con cui viene vagliata la produzione di qualunque artista. Bisogna conoscere i problemi affrontati e l’esame delle soluzioni che a quei problemi l’artista ha dato nel corso della sua carriera. Non c’è nulla che possa sottrarsi all’esercizio della critica.

I buchi e i tagli sono sottoposti alla stessa indagine che viene portata sull’ intera produzione di Fontana senza alcuna arbitraria predilezione.

Qui rifulge l’amicizia. De Bartolomeis lo segue con rispetto profondo implicante la volontà di coglierne le reali intenzioni e gli effettivi risultati, non si fa ingannare dalla ammirazione che pure c’è ed è molto forte.

De Bartolomeis ha accompagnato Fontana in tante occasioni fino all’ ultima mostra che il maestro allestì in vita. Fontana non gli nascondeva affatto gli equivoci accumulatisi sulla sua figura e gli chiedeva di scrivere di più su di lui fino ad arrivare ad una vera e propria trattazione monografica. Sapeva che il suo amico non gli avrebbe fatto sconti, che avrebbe detto la verità. Era quello che Fontana voleva.

È pur vero che sovente gli artisti non sono i migliori critici di se stessi. Ma questo è un altro discorso che non si attaglia al rapporto tra De Bartolomeis e Fontana.

Fontana era consapevole dell’ambiguità della commercializzazione, ma non era un ipocrita moralista e meno che mai lo è De Bartolomeis. Il sistema dei tagli funzionava e lo ha incrementato.

E non c’è dubbio che ce ne sono di magistrali e bellissimi. Ma De Bartolomeis ha visto come le cose stessero veramente e non si fece mai scrupolo a manifestare il suo pensiero all’amico.

Vede chiaramente come Fontana sia stato un grande scultore e un formidabile animatore della vita artistica. Ma anche in tal senso la critica di De Bartolomeis è esente dall’ovvio e dal luogo comune. Lo si nota da come, ad esempio, riesamina la questione del Manifesto Blanco e dello spazialismo, dando il giusto peso alle elaborazioni teoretiche cui pure Fontana si dedicò con qualche impegno.

Fontana manifesta la sua potente vocazione all’essenzialità nel concreto dell’opera, non sul piano della speculazione teoretica. È volto alla definizione, nel senso letterale della parola, di quel territorio di cui intende appropriarsi, lo spazio creativamente praticabile della materia con cui vuole misurarsi rappresentandone le forme.

Su questo punto De Bartolomeis indaga e spiega.

Ha notato come l’assioma della creatività di Fontana sia la linea di chiusura dell’immagine. La linea, si noti bene, non l’astratto concetto del Disegno così come teorizzato ad altissimo livello dagli antichi.

L’idea del concetto spaziale arriva al culmine di un lungo cammino di scultore e disegnatore. Quasi che De Bartolomeis volesse suggerire come proprio le categorie critiche sempre utilizzate per descrivere la classicità, spettino a Fontana in toto.

Armonia, equilibrio, composizione. È su un tale percorso che la linea di Fontana costruisce il proprio dominio e tale dominio rassicura e esalta l’osservatore.

De Bartolomeis ha sempre teorizzato il principio della conquista della consapevolezza, e così la sua opera di didatta e pedagogista coincide col suo lavoro di critico d’arte. E proprio sulla esegesi della figura di Fontana, in questa sorta di caso limite della speculazione estetica, tale coincidenza rifulge.

Fontana era un perfetto gentiluomo, amabile, colto, insofferente a tutto ciò che non fosse effettivamente pensato e realizzato.

Un vero e proprio emblema della figura dell’artista in sé emerge, allora, dall’esegesi di un amico severo con l’altro esattamente come lo è con se stesso.

Non c’è miglior veicolo per l’ attingimento della verità e dunque della conoscenza. Ma questo non è il portato del cosiddetto Sentimento. È anzi il portato della Scienza della Logica.

Quando De Bartolomeis esamina la serie delle trenta Venezie la riflessione si concentra sul punto del vero e del verosimile e torna un tema eternamente risorgente, in ottiche sempre diverse.

La Venezia di Canaletto nella sua mirabile forma prospettica di sconfinata visibilità, non è vera. È prodigiosamente verosimile.

La Venezia di Fontana non è verosimile ma attraverso la luce che l’opera emana si percepisce vera. Questa verità è la cartina di tornasole che verifica come l’ arte funzioni o meno.

Il grande artista ha conquistato il suo territorio a nostro beneficio.

C’è qui un implicito consiglio che il grande pedagogista forse vorrebbe darci.

Se potessimo accostarci al lavoro degli artisti con l’intento di esserne idealmente amici, prendendo atto di quello che hanno veramente fatto, potremmo forse arrivare a un livello di comprensione di cui ci sorprenderemmo, se riuscissimo a rendercene conto sul serio.

È una cosa semplicissima.

Ma non è così facile.


SCHEDA

I dipinti Italiani del Musée Magnin di Dijon

Autore: Francesco De Bartolomeis
Editore: etgraphiae – Cartograf
Brossura pp. 44 ill.  a colori e b/n
cm 16,8×24
Lingua: Italiano

ISBN 978-88-99680-30-5
prezzo E 15,00

Distribuzione: Editoriale UmbraLibro Co Italia